Svezzamento è una parola ormai associata esclusivamente all’idea di un bambino che passa dall’allattamento all’alimentazione con cibi semisolidi e solidi. Questo periodo però, essendo un momento di transizione piuttosto prolungato e dalle caratteristiche variabili in relazione al singolo bambino, non è pienamente descrivibile con questo termine. Svezzare significa interrompere una abitudine o un vizio, e si utilizza per tutte le situazioni in cui il cambiamento è piuttosto netto. Ci si può svezzare da un vizio o da una abitudine quando si decide di interrompere una condotta intenzionalmente e in maniera radicale. Potremmo dire che qualcuno si è svezzato dall’alcool, ma anche che qualcuno si è svezzato dalla dipendenza affettiva, o da una abitudine che gli portava nocumento. Quel che questo concetto porta con sé è però sempre una valutazione negativa della abitudine che si decide di interrompere.
Questo non può dirsi per lo svezzamento del bambino, perché l’allattamento non è un vizio o una abitudine, ma una necessità fisiologica primaria, e non si può interrompere da un giorno all’altro, ma richiede un tempo e una gradualità.
Pur conoscendo il significato di questa parola però si continua a utilizzarla con questa accezione, forse perché viviamo in un tempo in cui riconoscere i bisogni legittimi di ogni essere umano è un lusso che non ci è concesso. Il bambino attaccato al seno dopo una certa età è un bambino viziato, la sua mamma fa qualcosa di innaturale e sicuramente lo tirerà su come un insicuro. Se non accetta la pappa quando il pediatra la prescrive è un bambino che non collabora, che ha scambiato il cibo per un gioco, è un bambino difficile e bisognerà avere il polso d’acciaio per potergli tenere testa.
E se invece di parlare di svezzamento si cominciasse a parlare di alimentazione complementare?
Complementare a cosa? Al latte, che continua ad essere presente nella dieta del bambino mentre si introducono altri alimenti, e che garantisce l’adeguato apporto di nutrienti in ogni momento a prescindere dalla quantità di altro cibo ingerita, fin quando questo è utile. Allora il bambino non è più un bambino difficile, non è più uno che non collabora, non è più viziato e non ha un futuro incerto davanti. E’ un bambino che esplora, che cresce e che viene incoraggiato ad essere in sintonia con i suoi bisogni, perché gli adulti intorno a lui sono i primi a tenerne conto. Questo lo renderà più collaborativo e più empatico perché essere in linea con i propri bisogni ci permette di riconoscere anche quelli degli altri.

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