Quando nasciamo abbiamo trascorso tutta la nostra esistenza nell’utero materno (endogestazione) e la natura ci spinge a venire al mondo con un progetto preciso: garantirci la prossimità e il contatto con nostra madre per un tempo pari almeno a quello trascorso nel suo ventre (esogestazione). Gli studi, infatti, dimostrano come il cucciolo d’uomo completi la sua maturazione al di fuori dell’ambiente uterino e necessiti per farlo di una continuità sensoriale che soltanto la vicinanza e il contatto possono assicurare.
Portare un bambino con una fascia nei primi mesi, e anche con altri supporti ergonomici man mano che cresce, asseconda questo bisogno primario in modo naturale e permette al piccolo di sentirsi sempre protetto e al sicuro. Il bambino ha una naturale predisposizione ad essere portato, ricalcando la storia della sua specie e partecipando attivamente attraverso una serie di comportamenti e riflessi ereditati nei millenni. Ad esempio, la capacità del neonato di stringere i pugni (il cosiddetto riflesso palmare) gli consentiva un tempo di aggrapparsi alla pelliccia di sua madre per starle sempre addosso fin quando non era abbastanza maturo da muoversi per conto suo. Oggi i neonati hanno madri assai meno pelose di un milione di anni fa, ma la loro attitudine resta la stessa, l’equipaggiamento di riflessi e aspettative è lo stesso, perché è addosso alla madre il loro posto. Questo risulta evidente anche se ci soffermiamo ad osservare le gambe dei neonati che sembrano storte e sono sempre flesse a riprodurre una postura raccolta come nell’utero. In passato si era diffusa la falsa credenza di doverle fasciare strette per correggerle, ma in realtà la forma ad “O” delle gambe dei bambini e la divaricazione flessa sono funzionali alla posizione che assumono quando mamma e papà li prendono in braccio e li appoggiano sul proprio ventre. Sono semplicemente progettati per essere portati e per sperimentare la vita stando addosso al corpo dei genitori.
Per questo motivo portare un bambino in braccio, o con uno strumento che ne rispetti la fisiologia, significa accogliere un bisogno di continuità che getta un ponte tra la vita esperita fino al momento della nascita e quella al di fuori del grembo materno. Attraverso questa vicinanza e prossimità, il bambino assaggia il mondo in una situazione di protezione e sicurezza, getta le basi della relazione con la madre e con il padre e acquisisce dal loro abbraccio la sicurezza e l’autostima che gli permetteranno di aprirsi con fiducia alle relazioni e stabilire legami sani in futuro.
I genitori che scelgono di offrire questo continuum ai loro figli, ritornano ad un approccio ad “alto contatto” (perduto recentemente nelle culture civilizzate in cambio del progresso), in cui la pratica del portare non è una comodità per spostarsi velocemente o un’alternativa al passeggino, ma una modalità naturale per stare insieme ai bambini ed accompagnarli nella vita, rispettando i loro bisogni e i loro tempi senza per questo cessare di interagire con il mondo circostante.

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