Partiamo da un concetto assodato. L’alimentazione del neonato è costituita totalmente dal latte materno. Questa affermazione mette tutti d’accordo in ogni parte del mondo. Non esiste alcuna obiezione sensata e nessuno si sognerebbe di avanzarla. Quando però il discorso verte sulla durata dell’allattamento esclusivo, sono in molti a voler dire la propria. Il pensare comune è piuttosto influenzato da messaggi più o meno autorevoli circa l’impoverimento del latte materno e la necessità di integrarlo con alimenti più sostanziosi e nutrienti. Si parla di aggiunte, di omogeneizzati, di latte di proseguimento, di pappe. Alcuni pediatri cominciano a proporre un cucchiaino di frutta grattugiata al terzo mese, alcuni al quarto, alcuni al sesto, pochissimi non si preoccupano di questo. Ma come ci si può orientare in questa moltitudine di suggerimenti per fare una scelta consapevole e adeguata rispettando la crescita, il bisogno nutrizionale e la fisiologia del bambino?
Si può cominciare dalle fonti ufficiali, ad esempio. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità l’allattamento al seno è il modo ideale di alimentare un bambino nei primi sei mesi di vita, in quanto garantisce un perfetto apporto nutrizionale e la miglior difesa immunitaria possibile. Gli studi hanno dimostrato che il neonato riceve esattamente quello di cui ha bisogno per una crescita fisiologica se può alimentarsi al seno materno per i suoi primi sei mesi di vita. Sei mesi di esclusivo allattamento. Niente tisane, niente camomille, niente acqua, neppure quella con la bella faccia di un bebè stampata sull’etichetta. Per consentire alle madri di stabilire e sostenere l’allattamento esclusivo per 6 mesi OMS e UNICEF hanno prodotto un documento che raccomanda alle strutture ospedaliere una serie di accorgimenti che possano garantire un buon inizio a tutte le mamme e a tutti i bebè. Oltre i sei mesi, il latte materno continua a costituire una grossa fetta del fabbisogno nutrizionale dei piccoli, costituendone più della metà nella seconda metà del primo anno di vita e almeno un terzo nel secondo anno di vita. Per questo l’allattamento viene incoraggiato anche fino ai due anni e oltre, se mamme e figli lo desiderano.
Ma perché questa soglia dei sei mesi? La fisiologia può darci una risposta interessante.
I neonati possiedono una serie di riflessi fin da prima della nascita che costituiscono un repertorio di risposte innate, automatiche e istintive governate dal midollo spinale e dal mesencefalo (una parte del cervello)che permettono al bambino di adattarsi al mondo extrauterino e di proseguire nella sua crescita fisiologica. Questi riflessi scompaiono attorno ai sei mesi di vita, quando il bambino comincia a mettere in atto delle azioni volontarie. Uno dei riflessi più primitivi è quello della suzione, che viene anticipato dal cosiddetto “cercamento”, ossia quel meccanismo involontario per cui se si appoggia un dito sulla sua guancia il bebè si volta e cerca di afferrarlo con le labbra. Questo è il meccanismo che gli consente di prendere il capezzolo e di attivare il riflesso di suzione e di deglutizione, fondamentali per la sua sopravvivenza. Sono risposte innate che gli garantiscono di essere alimentato anche se non ha coscienza o intenzionalità nel farlo. Prima dei sei mesi, dunque, alimentarsi in maniera differente è fisiologicamente inadeguato. Il bambino succhierà il cucchiaino come fa con il capezzolo e utilizzerà la muscolatura orofaringea in maniera inappropriata a questo nuovo modo di mangiare. Inoltre prima di questa età il bambino non possiede la padronanza della propria seduta e dunque non è in grado di sentirsi a suo agio nel seggiolone, pronto ad aprire la bocca all’arrivo del cucchiaino. Sono requisiti che maturerà in breve, ma nel frattempo osservarlo e rispondere al suo bisogno è la cosa meno faticosa che si possa fare. La sua evoluzione è già molto veloce e 6 mesi sono davvero poca cosa di fronte agli anni in cui la sua alimentazione sarà caratterizzata da cibi solidi, postura seduta e assenza di latte materno.

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