Nell’ultimo secolo nei paesi industrializzati si è verificato un vistoso cambiamento negli stili di maternage e l’allattamento al seno ha subito un drastico calo. Nonostante le madri siano in grado di produrre il latte necessario a crescere i loro figli almeno fino al sesto mese senza bisogno di aggiungere nulla, come suggeriscono le raccomandazioni ufficiali, la percentuale di bambini allattati al seno è piuttosto bassa (si aggira attorno al 40%).
Le motivazioni di questa inversione di tendenza rispetto al passato, anche se negli ultimi anni si sta assistendo ad un graduale recupero della pratica di allattamento, possono essere ricercate in diversi ambiti e probabilmente si sono combinate assieme generando un progressivo distacco culturale dall’idea che allattare al seno sia una pratica naturale, sana, equilibrata e preferibile ad ogni altra.
Certamente l’introduzione sul mercato dei latti in formula, presentati come bilanciati, arricchiti, igienici, sicuri e in grado di dare nuova libertà alla mamma di tornare a lavoro e delegare la poppata hanno contribuito a portare avanti una nuova visione di accudimento in cui si predilige la distanza. Non a caso le cure e l’alimentazione del neonato hanno smesso di essere considerate come prerogativa materna e pian piano le competenze genitoriali sono state messe in discussione per esaltare le figure degli esperti a cui chiedere consiglio e prescrizione. Le mamme di 100 anni fa avrebbero trovato piuttosto strano dover domandare al pediatra quante volte e quanto a lungo allattare il loro neonato e probabilmente lo avrebbero guardato sbalordite se questi avesse loro consigliato di provare il latte artificiale per far crescere meglio il bambino. Ma da allora il fenomeno dell’urbanizzazione ha portato molte donne a lavorare fuori casa, a sganciarsi dalla famiglia allargata e dal sostegno che questa offriva, e molte delle pratiche che oggi riusciamo a vedere come distanzianti, furono accolte come una facilitazione. Il biberon diventò simbolo di emancipazione e ascoltare i consigli dell’esperto era rassicurante. Da qui si diffuse la pratica di quantificare il numero delle poppate, il tempo da lasciar intercorrere tra una e l’altra, il quantitativo di latte da proporre, con conseguente depauperamento delle abilità genitoriali e della fiducia nel proprio istinto di madre. Accanto a tutto questo l’idea che il bambino non vada preso in braccio, debba dormire nella sua cameretta, possa piangere nella culla per evitare di essere viziato, hanno reso decisamente difficile per le madri ascoltare il proprio istinto e allattare secondo natura.
Nonostante ci sia attualmente una nuova attenzione a proteggere l’allattamento e la cura prossimale, questi concetti si sono profondamente radicati nella nostra cultura e fungono da ostacolo reale, generando troppo spesso allattamenti falliti, madri scontente e bambini privati delle loro esigenze primarie. Una riflessione su come sono andate le cose e su quanto ogni madre, ogni padre e ogni figura che opera nel settore hanno potere di fare, può portarci ad occuparci meglio di questo buon inizio per i bambini.

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