Quella della preoccupazione per il cibo è una storia che ci appartiene da decenni, per non dire secoli. La nostra cultura è permeata da una serie di detti popolari, prescrizioni, tabelle nutrizionali, teorie arcinote su cosa quando come e dove i bambini debbano mangiare. Negli anni siamo stati in grado di stabilire il fabbisogno energetico di ogni poppata e di ogni singolo pasto per programmare l’apporto nutrizionale che ogni bambino deve ricevere per essere sano e stare bene, ma tutto questo è derivato da logiche di mercato e non dall’osservazione realistica delle capacità dei bambini.
Come specie umana siamo tutti perfettamente in grado di stabilire la quantità di cibo da assumere e la frequenza con cui farlo, perché siamo dotati di una zona del cervello deputata a fare questo fin da subito. Abbiamo un centro della fame e un centro della sazietà che si farebbero grasse risate se sapessero che ci sono fior fiore di schemi che incasellano quanti grammi di latte vanno somministrati ad un bebè ad ogni poppata o quanti cucchiai di crema di riso vanno sciolti in quanti cucchiai di brodo vegetale per la pappa, o quante poppate vanno date di giorno o di notte, e a che distanza tra loro.
Si chiama ipotalamo e si trova nel cervello di ogni essere umano. Fin dalla nascita è in grado di spingere una persona a cercare cibo quando ha fame e a smettere di cercarlo quando è sazio. Il bambino allattato a richiesta impara ad ascoltare i segnali del suo ipotalamo e rispondere alla fame e alla sazietà restando fedele al suo fabbisogno, piuttosto che ad una tabella generica. Insistere perché beva quei 20grammi in più per finire il biberon, o perché continui a succhiare al seno mentre dorme della grossa, non lo aiuterà a restare allineato con i suoi reali bisogni, ma ad aderire ad un programma esterno stabilito senza tener conto di chi è lui in quel momento. Un bambino che volta la testa di fronte al cucchianino di pappa è un bambino sazio, che sa riconoscere il segnale ipotalamico. Stesso dicasi per il bambino più grande che si alza da tavola per giocare prima che il piatto sia stato svuotato. Quella quantità era evidentemente troppa per la sua fame. Forse avrà di nuovo fame prima di quando gli adulti desiderino, ma rispodere al bisogno reale del suo organismo piuttosto che agli orari sociali stabiliti dalla cultura di appartenenza è più rispettoso della sua esigenza biologica e dà valore al suo essere connesso con i bisogni primari. Gli adulti spesso perdono questa connessione, presi dalle esigenze sociali e lavorative, e riescono a mangiare quando è ora piuttosto che quando hanno fame. Pensare che prima i bambini si abiutano a disattendere ai segnali del corpo e prima saranno partecipi del vivere assieme, è però una forzatura se si pensa che, gradualmente, ognuno sarà in grado di trovare il proprio compromesso. Possiamo fidarci del bambino sano e del suo ipotalamo, senza farci dominare dall’ansia dell’ipenutrizione, che storicamente, non ha più ragione di esistere. Smettiamo dunque di forzare il bambino a finire il suo piatto, di distrarlo con canzoncine e teatrini per infilargli in bocca altri bocconi a tradimento, di minacciarlo di non poter lasciare la tavola finché il piatto non sia vuoto, e lasciamo che sia lui a darci il segnale di sazietà, che sia lui a chiedere ancora cibo quando ne ha desiderio. Impegnamoci nel proporgli alimenti sani e variegati, a farlo sperimentare, e ad insegnargli il rispetto per il cibo preparato con amore.

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