Le emozioni primarie sono universali per tutti gli esseri umani e affondano le radici nel cervello evolutivamente più antico, ma la libertà di esprimerle e il modo in cui lo si fa sono spesso determinati anche dal contesto di appartenenza, dal genere e dall’apprendimento. Per questo motivo la rabbia può essere manifestata più facilmente se si è maschi piuttosto che femmine sia per una questione di livelli ormonali che per l’appartenenza alla nostra cultura, e riceve un impronta familiare quando il bambino già nel primo anno di vita comincia ad esperire questa emozione e ricevere feedback dal contesto ristretto.
Il bambino che si arrabbia è socialmente più accettato rispetto alla bambina, che impara presto a interiorizzare, e già in famiglia questo sentimento è accolto in modo diverso. Quando i bimbi sono piccoli la loro rabbia non ha connotazione di genere, ed è più spesso il risultato di una frustrazione che genera senso di impotenza. I genitori hanno il compito di comprendere le radici del sentimento e di aiutare i piccoli ad esprimerlo e canalizzarlo, facendoli sentire accolti e non giudicando quello che stanno provando.
Ricordare che tutte le emozioni sono valide è di profondo aiuto per l’adulto, che essendo inserito in un contesto giudicante ha maggiori probabilità di castrare l’espressione di quelle ritenute socialmente inappropriate rispetto a quelle socialmente condivisibili. Essendo la rabbia una di quelle che appartengoo alla prima categoria è importante che i genitori ricordino che la rabbia espressa è decisamente più sana di una rabbia interiorizzata e che il loro aiuto è prezioso per i bambini per dare un senso all’emozione e per sentirsi liberi di farla fluire. A volte nelle fasi critiche dello sviluppo i bambini si arrabbiano di più e questi periodi possono essere difficili anche per i genitori, che dunque sono meno disposti ad essere di supporto perché innervositi loro stessi. Sapere che l’aggressività può essere espressa in maniera sana attraverso il gioco , accolta con un tono di voce accomodante, lasciata esprimere e contenuta da contesti protetti, e veicolata attraverso il corpo, è senz’altro utile per insegnare ai piccoli una prima gestione di questa emozione. Si comincia proprio con il fare da specchio e dando per primi il nome a quello che sta accadendo. “Ti senti arrabbiato?” è una semplice domanda che possiamo fare al bambino per capire come sta e il nostro sincero interesse lo predispone al dialogo. Se è molto piccolo possiamo scegliere di comunicare attraverso le sensazioni corporee per aiutare il bambino a riconoscere quello che prova partendo dal corpo “vedo che sei tutto rigido e hai il broncio, sei arrabbiato?”. Accogliere è importante perché l’emozione possa essere vissuta, espressa e superata. Lo scopo non è proporre soluzioni nostre, ma dare al bambino la possibilità di trovare le proprie. “Cosa vuoi fare per stare meglio?” può essere una domanda che arriva in un momento successivo al riconoscimento. I bambini imparano velocemente e sapranno presto identificare cosa provano e cosa è in grado di farli stare meglio, un gioco fisico, un disegno, un momento di coccole, una chiacchierata, qualcosa di rilassante. Mantenere la calma nello stare vicino aiuta il bambino a comprendere che la sua rabbia può esistere, che non gli toglie amore e comprensione, e che esistono modi per affrontare e gestire questo sentimento. La cosa migliore è non aspettare che gli passi e scegliere di stare con il bambino per accoglierlo. Farlo anche con i propri sentimenti di adulti sarebbe poi ancor più funzionale.

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