Nell’immaginario comune la donna che affronta il travaglio di parto è scossa da dolori lancinanti e si lascia andare ad urla incontrollate, a volte anche a volgarità o gesti aggressivi verso chi la assiste, che sembra siano imputabili alla condizione di momentanea incapacità di controllarsi. In queste immagini spesso cinematografiche c’è del vero, ma esiste anche un giudizio di valore che motiva la donna a non lasciarsi affatto andare a queste esternazioni primordiali e a mantenere un contegno per aderire al modello di brava paziente, di donna da ammirare e da portare ad esempio. Due immagini fortemente contrastanti che si contendono la fantasia del parto durante i mesi della gravidanza e che sono in grado di condizionare la risposta comportamentale. I due opposti sono evidentemente due estremi di una gamma di possibili reazioni che non costituiscono, o non dovrebbero costituire, un pattern di comportamento da tenere ma semplicemente rispecchiano le differenze individuali, e in quanto tali non sono giudicabili.
Nei secoli, invece, il comportamento della donna è stato spesso sottoposto a giudizio esterno, e “non creare fastidio e/o problemi “ è diventato sempre più spesso sinonimo di “essere brave partorienti”. In realtà il parto è essenzialmente un atto che esclude la nostra capacità razionale e questo lo fa rientrare nei comportamenti istintivi che vengono generati nel sistema limbico, una regione del cervello che ci garantisce i riflessi adeguati per un fisiologico andamento di travaglio e di parto in connessione con il bambino.
Accogliere questo momento di transizione sapendo che ci sono delle condizioni che possono favorirlo può essere di fondamentale importanza per tutta la famiglia. Quale che sia la soglia del dolore, la storia personale, la durata del travaglio, ogni donna riceverà beneficio da un percorso di conoscenza e consapevolezza del proprio corpo e dei segnali che esso le invia. Questo le permetterà di riconoscere il momento più adeguato per scegliere una postura piuttosto che un’altra e la aiuterà a sentire i movimenti del bambino che si impegna a nascere. Dal canto suo, anche il feto possiede delle capcità innate che lo rendono abile a nascere e ad attivare tutte le risposte e i riflessi più adeguati in ogni momento, e creare la giusta sintonia significa comunicare e partecipare all’evento nascita. Quel che ne deriva è un evento che può dirsi animalesco, ma che non coincide con le immagini più volte propinate in tv.
Per escludere la razionalità la mamma non dovrebbe essere sollecitata dal punto di vista cognitivo in modo che il suo corpo possa entrare perfettamente in sintonia con il ritmo del travaglio. Dunque se tutto procede nella fisiologia non serve una visita ad ogni centimetro di dilatazione, un monitoraggio ogni ora, una luce forte, o la presenza di persone che parlano, si informano, si preoccupano. La donna che può stare con il suo travaglio apprezzerà una presenza discreta, nessuna invasione di tocco, una luce soffusa, un tempo senza orologio, una libertà di movimento e di giudizio che possano lasciarla comprendere appieno la potenza generatrice che la pervade. Nessuna donna dovrebbe mai scusarsi per aver lanciato un gemito animalesco, né dovrebbe mai evitare di lanciarlo se ne sente l’esigenza. Nessuna donna dovrebbe mai chiedere a qualcun altro cosa deve fare in quel momento, né dovrebbe mai sentirsi dire di mettersi in un modo piuttosto che in un altro. Nessuna donna dovrebbe mai implorare di avere un taglio cesareo, né dovrebbe ricevere la proposta di ricorrervi per facilitare le cose. Informare in modo esaustivo e corretto la gestante e il suo partner è un compito necessario e importante che dovrebbe essere garanzia per tutti, e che dovrebbe terminare nel preciso momento in cui il travaglio diviene attivo perché in quel momento si passa su un altro registro, quello del corpo, in cui la mente razionale non dovrebbe interferire.

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