I bambini che si avventurano nei primi passi suscitano spesso negli adulti preoccupazioni per la loro incolumità. L’amore genitoriale vorrebbe evitare loro di cadere anche più avanti, quando i passi non più incerti diventano corse a perdifiato,  sostenere ogni loro movimento, assicurarli che non si faranno mai male e proteggerli da graffi, lividi e sbucciature. E’ molto facile dunque che gli adulti stiano lì a tenere per mano i piccolissimi, magari tenendo entrambe le manine, o a seguire con sguardo apprensivo le corse dei più grandini, lanciano avvertimenti che a volte  suonano più come minacce “Guarda che ti fai male!”, “Ti ho detto di non correre!”, “Attento che cadi!”. Il problema in realtà non risiede nella capacità del bambino, quanto nell’ambiente poco consono. Mediamente i bambini si muovono in stanze non pensate per loro, piene di oggetti attraenti e proibiti, di arredamenti spigolosi, accessori taglienti o frangibili, superfici rigide e poco funzionali e dunque i loro impacciati movimenti sono tutti potenzialmente pericolosi. Quando i bambini crescono questi ambienti diventano “stretti” per le loro esigenze esplorative e la loro vitalità motoria e il pericolo di farsi male resta presente, ma per altri motivi. L’ideale sarebbe poter fruire di uno spazio aperto in cui poter assecondare la spinta all’esplorazione e alla scoperta dell’ambiente e delle proprie capacità, sia per i piccoli che cominciano ad andare da soli, sia per i bimbi più grandicelli che necessitano di uno spazio espressivo più ampio. Spesso le mamme al parco, però, ripetono gli stessi adagi.

Il fatto è che non siamo stati educati a fidarci delle capacità del bambino. Vogliamo proteggerlo, ma spesso interveniamo eccessivamente, privandolo della opportunità di sondare le proprie capacità e affinare le abilità. I bambini che hanno ricevuto il contatto prossimale, hanno già imparato a muoversi assieme alla madre, stando sul suo corpo, affinando le capacità di osservazione, esercitando quelle vestibolari, e divenendo abili nel valutare le distanze, sondare lo spazio, tentare movimenti. Lasciare che il bambino gattoni libero o muova i primi passi senza ausilio ma con sguardo partecipe significa fidarsi della sua competenza acquisita e offrirgli la possibilità di trovare le strategie adeguate in caso di fallimento. Il bambino che cade a terra tra un passo incerto e l’altro, mette in campo tutte le informazioni che possiede sulla gestione del suo corpo nello spazio, attiva il sistema vestibolare, e attua comportamenti compensatori per attutire la caduta. Impara come si cade. Se teniamo sempre le sue manine mentre cammina, quando perderà l’equilibrio l’istinto ci porterà ad evitargli la caduta e a sollevarlo. Questo comportamento spontaneo dell’adulto tende a creare nel bambino una esperienza falsata, in cui invece di cadere si vola, e in cui il suo equilibrio e le sue risorse non vengono chiamate in causa. Piuttosto che evitare la caduta, l’adulto è chiamato a sostenere empaticamente il bambino, esortarlo a riprovare, consolarlo ed eventualmente aiutarlo a rialzarsi. Un bambino più grande che corre e si allontana, deve poter comprendere il confine entro il quale può spingersi, fidarsi delle sue capacità di riconoscerlo, essere sicuro di avere una base a cui tornare che lo accoglie. Se cade sul campo di terra battuta esi sbuccia un ginocchio sta facendo una preziosa esperienza di vita, che nessun genitore può insegnargli meglio. “Te l’avevo detto che cadevi” non lo aiuterà a sistemare questo episodio nel suo schema cognitivo di riferimento in maniera costruttiva. La’pprensione genitoriale è comprensibile ma non va scaricata sul bambino a discapito della sua fiducia in se stesso. Se il bambino cade e si fa male si volterà a cercare lo sguardo materno per capire se l’ha fatta grossa. Un sorriso e una esortazione a tirarsi su a volte sono più che sufficienti a farlo riprendere il gioco. Quando servirà,  lui saprà che c’è chi può consolarlo, curarlo, aiutarlo a ricominciare, senza che il piccolo episodio venga vissuto come una sua incapacità. Credere per primi nelle sue capacità aiuta anche il bambino a credere in sé stesso e a trovare il suo modo di affrontare la vita.

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