“Non prenderlo in braccio che si vizia”.
“Se lo abitui alle braccia poi non te lo scolli più.”
“Abitualo a dormire nella culla altrimenti non se ne andrà più dal lettone”.
“Se lo prendi ogni volta che piange se ne approfitterà”.
A giudicare da questi conosciutissimi adagi, che costellano la vita delle neomamme, l’immagine del neonato nella mente della collettività somiglia più al riflesso di una persecuzione piuttosto che all’immagine della nuova vita che allieta la famiglia. Eppure le voci che portano questo messaggio non sono estranee alla maternità, spesso sono madri a loro volta, a volte sono addirittura professionisti del settore. Si tratta di concetti che fanno ormai parte della nostra cultura e che vengono portati avanti con un certa convinzione pur essendo del tutto privi di fondamento.
Le madri sono cresciute nutrendosi di questi precetti errati, li hanno sentiti quando non riguardavano loro in prima persona, li hanno visti agire nei film, li hanno ascoltati da voci autorevoli, li hanno dati per certi senza chiedersi se si potessero guardare con altri occhi, come succede per molte altre diffuse credenze con cui conviviamo.
Quando però è il proprio bambino che piange, inizia un conflitto tra cultura e istinto.
Il vagito del neonato porta alla luce istinti primordiali di accudimento nella madre, la quale non può ignorare il richiamo ed è spinta a stabilire il contatto come prima risposta. Questo è esattamente quello che si aspetta il bambino, che percepisce una immediata sensazione di benessere quando la vicinanza con la madre è ripristinata. Il cucciolo d’uomo ha un corredo istintivo che ricalca perfettamente quello dei suoi antenati di un milione di anni fa, e la prossimità con la madre è per lui garanzia di sopravvivenza, fonte di calore, protezione, nutrimento. Esserne privato è fonte di angoscia e senso di abbandono, dunque il pianto non è semplicemente l’espressione di un bisogno primordiale ma anche una strategia di sopravvivenza.
Nella madre di oggi il condizionamento culturale mina la certezza dell’istinto. Ogni donna con un neonato tra le braccia si è chiesta almeno una volta se non sia stato un errore prenderlo. Ogni madre guardando suo figlio accoccolarsi tra le sue braccia ha temuto almeno per un istante che quel momento bellissimo potesse trasformarsi in una insostenibile tortura decennale. Ogni neomadre avvolgendo le braccia attorno al suo bebè piangente, ha rievocato più o meno consapevolmente la sé stessa neonata, scoprendo raramente di aver goduto di quella prossimità allora, perché figlia di un epoca in cui imperava il distacco. La richiesta del contatto echeggia in lei, viene riconosciuta a livello viscerale, e attiva l’accoglienza del bisogno del figlio, e del proprio, ma essendo stata spesso disattesa quando era una esigenza primaria il dubbio di sbagliare nel concederlo fa presa sulla sua coscienza, già allenata a considerare con occhi razionali il mondo degli istinti naturali. Questo conflitto interiore si unisce spesso alla mancanza di una esperienza diretta e spontanea delle pratiche di accudimento a contatto, e ad un sistema di insicurezza creato attorno a lei da una società che è pronta a fornire soluzioni consumistiche ai bisogni naturali.
Fidatevi del vostro istinto mamme, e prendete in braccio il vostro bebè. E’ così che diventerà sereno e indipendente.

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