Replicare gli insegnamenti ricevuti è spesso una pratica inconsapevole e quando si tratta di educazione è comune riproporre ai propri figli i metodi usati dai genitori con noi. Negli ultimi anni per fortuna i genitori hanno moltissime opportunità di riflettere sui modi migliori di proporre ai loro figli i valori in cui credono, anche quando non si vuole replicare quanto ricevuto.
Nonostante questo, il retaggio è piuttosto difficile da eliminare, e a volte si rispolverano vecchi adagi che mortificano, puniscono, manipolano, inducono timori, ricattano il bambino. Così genitori che da bambini subivano la cosiddetta “pedagogia nera” diventano promotori dello stesso metodo con i loro figli, quasi senza accorgersene.
Fare una riflessione su questo può aiutare a riconoscere quei momenti e a resistere alla tentazione di ricadere nella trappola. Il fatto di conoscere il meccanismo per averlo subìto, sembra non essere sufficiente a bloccare la ripetizione, ma considerare razionalmente le sue ripercussioni può aprire una finestra nuova da cui osservare il metodo in maniera distaccata.
Essendo parte integrante della nostra cultura, ha avuto negli anni una sua evoluzione e oggi si presenta in maniera meno evidente che in passato, quando la punizione corporale era all’ordine del giorno e l’autorità genitoriale era indiscussa e indiscutibile.
Oggi al massimo si allunga uno scapaccione, per poi sentirsi terribilmente in colpa, non si usano cinghie scope o battipanni per punire i bambini che commettono marachelle, fanno capricci o disobbediscono, eppure quel retaggio è rimasto, nonostante i vissuti di chi lo applica siano affatto gratificanti. Per questo forse la pedagogia nera è divenuta più sottile, si insinua velata anche in ambiti in cui i genitori sono attenti, ma i suoi effetti restano gli stessi.
I bambini sminuiti, minacciati o puniti non ricevono l’insegnamento sperato. I genitori esercitano il loro potere ma non ottengono un risultato educativo. E’ un metodo in cui nessuno vince e che può produrre insicurezze e infelicità.
Educare è un percorso lungo e certosino, che sfida i genitori a riconoscere e superare i propri limiti, che inizia in modo incerto e condizionato e che evolve seguendo esigenze e personalità di grandi e piccoli in famiglia. Dunque non esistono ricette valide per tutti ma esistono ingredienti sbagliati per la ricetta. I bambini hanno una naturale propensione a imparare cose nuove, ad esplorare, a mettere alla prova i loro limiti, a imitare quel che vedono, a comunicare e condividere, a cercare approvazione. Questi possono essere ingredienti giusti da utilizzare per confezionare la propria ricetta, aggiungendo la pazienza, l’apertura, l’osservazione, l’ascolto, l’autocritica, l’informazione, il confronto. Quando si prepara un metodo educativo con questi presupposti si fa fatica, si è spesso additati o disapprovati, ogni scelta va considerata in base a molte variabili, perché il bambino non conta meno dell’adulto e non è una lotta per affermare il proprio potere sull’altro ma un crescere insieme. Nei momenti di maggior stress potrà riemergere il metodo nero, ma non farà star bene nessuno e si potrà riconoscere insieme di aver avuto un momentaccio.

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