Quando si parla di capricci inevitabilmente si vedono persone alzare gli occhi al cielo e dirsi disperate e altre dire che in realtà i capricci non esistono. Ma allora di cosa si tratta se non sono capricci?
I bambini sono un mondo variegato e multicolore esattamente come gli adulti ma hanno ancora la freschezza e la spontaneità che lega indissolubilmente le loro emozioni ai loro agiti senza filtrare o smussare, come si impara a fare crescendo. Gli adulti, dal canto loro, hanno una forte tendenza a guardare i comportamenti infantili come fossero qualcosa da correggere piuttosto che come splendide occasioni per comprendere l’universo dei piccoli e quindi, semplicemente, si parlano due lingue diverse e ci si capisce di rado. I capricci sono solo un nome che il mondo adulto ha dato ad una serie di comportamenti infantili erroneamente etichettati come immotivati. In realtà il motivo c’è sempre, e comprenderlo è una delle chiavi di accesso alla sua gestione senza conflitto.
Il bambino si comporta in quel modo perché agisce una sensazione di cui probabilmente non conosce neppure il nome, se è molto piccolo, e dunque la esterna con un atto concreto. Probabilmente in quel momento, o poco prima, qualcosa ha scatenato un’emozione che il bambino non ha saputo contenere e il bisogno di trovare accoglienza nell’adulto di riferimento, quasi sempre il genitore, è perfettamente comprensibile. Domandarsi cosa è successo prima di un capriccio, o cosa sta succedendo mentre il bambino si comporta in un modo che viene chiamato capriccio, spesso aiuta a capire che in realtà il bambino sta esprimendo un’emozione con gli strumenti che ha. Punirlo, ignorarlo o sottoporlo a lunghe spiegazioni su come deve comportarsi, non soddisferà la sua richiesta emotiva e non estinguerà il capriccio. Se fosse capace di dire qualcosa come “Sono molto irritato per non aver potuto restare ancora un poco alla festa del cuginetto” probabilmente non gli servirebbe mettere in atto un fastidioso piagnucolio per farsi rivestire o farsi trascinare via di peso. Se l’adulto si concede il tempo di fermarsi ad ascoltare l’emozione sottostante, la motivazione profonda che ha generato quel comportamento, probabilmente il bambino si sentirà compreso e non avrà bisgno di mettere in atto qualcosa che riempia la distanza che percepisce tra sé stesso e quello che prova. Scoprire che dietro a quel capriccio c’è un’emozione, un desiderio e dunque un bisogno, lo svuota del significato insensato che spesso gli viene attribuito e restituisce al bambino un senso di comprensione profonda e di legittimità del sentire. L’irritazione a quel punto conquista un nome e il bambino potrà giustificarla con gli altri e con se stesso. “Sono irritato perché stavamo giocando e dopo 3 volte questa era finalmente la partita in cui stavo vincendo. Andare via mi ha interrotto in un momento che poteva darmi soddisfazione” è una frase che pochi bambini riescono ad articolare in quanto richiede una capacità di comprendere i propri vissuti, riconoscerli, esprimerli e chiedere uno spazio per la loro soddisfazione. Spesso neppure noi adulti siamo in grado di farlo. E nessuna di queste cose è banale. Quanto gradiremmo che in momenti difficili qualcuno che amiamo si prenda il tempo di ascoltarci, contenerci, accoglierci fin quando non sentiamo di poter affrontare la difficoltà, o di poter esprimere quello che proviamo? Quando lo facciamo con i bambini offriamo loro la possibilità di sentirsi accolti e l’empatia che ricevono li rende abili ad esprimere i sentimenti e i bisogni. Quando si ha chiaro il motivo per cui ci si sente in un certo modo e ci si sente compresi e non giudicati, si è anche più disponibili all’ascolto. Quando si riceve ascolto accoglienza e comprensione si impara a dare ascolto accoglienza e comprensione.

1 Comment

  • Adrian

    22 Settembre 2017 @ 13:14

    Affrontare i capricci, aiutarli a costruire insieme i confini delle relazioni, tollerare le frustrazioni, ascoltare e capire il bambino e i messaggi che ci lancia.

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