l canale espressivo principale del neonato è il suo corpo. Attraverso il tatto egli percepisce il mondo attorno a sé e comunica con movimenti del corpo, sfioramenti, premiti e frizioni all’inizio involontari e successivamente intenzionali. La sua capacità di comunicazione non verbale è ricchissima e comprende anche le espressioni facciali e le vocalizzazioni.
Ma quando è che il “ghe” dei piccoli si trasforma in qualcosa che può essere assimilato al linguaggio dei grandi? Lo sviluppo del linguaggio richiede tempi piuttosto lunghi ed è influenzato, oltre che da fattori organici e genetici, anche da altre variabili come la stimolazione ricevuta, l’appartenenza di genere, il contesto ambientale.
Il bambino è in grado di immagazzinare i fonemi che ascolta e di creare delle categorie che gli permettono di riconoscerli. Questo primo processo di acquisizione gli consente di differenziare in due grandi categorie i suoni con cui viene a contatto. Quelli che appartengono alla comunicazione, al linguaggio, e precisamente alla lingua madre, e quelli che invece non hanno significato. E’ molto importante dunque, nei primi sei mesi di vita del bambino, parlare con lui con frasi di senso compiuto, pur essendo consapevoli che egli non ne comprenderà il significato. Questo lo aiuta a creare gli schemi di decodifica che gli faranno riconoscere i suoni della sua lingua. Proprio in concomitanza di questa tappa evolutiva, all’incirca verso i sei mesi, i bambini infatti cominciano a produrre dei suoni sillabici. Come a dire: “Ho capito come funziona, fammi provare!” e di qui la casuale ripetizione della sillaba MA o PA che creano stupore orgoglio e commozione nei genitori del piccolo chiacchierone. Ma si tratta solo dell’inizio. L’abitudine di raccontare con parole semplici quello che si sta facendo insieme ai bambini, li porta pian piano all’interno del linguaggio parlato, così come fa il racconto delle storie della buonanotte, ma anche qualsiasi racconto proposto con il tono di voce adatto ad interessare la loro mente curiosa. Il piccolo ascolta volentieri le voci della mamma e del papà che raccontano aneddoti, piccoli avvenimenti, filastrocche, canzoncine o brevi fiabe. E’ tutto nutrimento che non riceverebbe se a lui ci si rivolgesse sempre e soltanto con quei suoni privi di significato, ripetitivi e giocosi che spesso ci troviamo a pronunciare senza neppure renderci conto sfoggiando sorrisi a 32 denti. “Biri biri biri! Pucci pucci pucci!”
Difficilmente un bambino dirà una parola di senso compiuto prima di spegnere la sua prima candelina sulla torta, ma questo non è segno che l’apprendimento non sia nel suo pieno svolgimento. E quando pronuncerà le sue prime parole, un pochino diverse da come vanno pronunciate, magari un pochino buffe e simpatiche, ma ugualmente comprensibili sapremo che tutto quel che ha immagazzinato sta cominciando a venire fuori. Incoraggiamolo con un ascolto attento, senza ridere del suo bambinese e rimandandogli le parole corrette anche se comprendiamo la sua versione personale. Il bambino che vuole “appa” fa tenerezza e va benissimo accontentarlo porgendogli un bicchiere d’acqua mentre gli si rimanda “ecco la tua acqua”. Questo lo aiuta a creare sicurezza circa la corretta pronuncia della parola. Anche se alcuni bimbi sono di poche parole, non c’è da preoccuparsi. I piccoli stanno comunque lavorando ad apprendere i suoni e le intonazioni di ogni parola, ed ognuno con i suoi tempi sarà in grado di riprodurre il linguaggio appreso.

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