Ogni genitore si riempie di orgoglio alla vista del suo bebè che cresce e raggiunge le tappe motorie fondamentali. Vederlo gattonare, alzarsi in piedi e camminare sono grandissime soddisfazioni per gli adulti, che assistono meravigliati alla rapidità della crescita del bambino. Ognuno di questi traguardi è però molto spesso fonte di ansie genitoriali, generate dalla preoccupazione che il piccolo cada e si faccia male. Non è dunque raro osservare genitori che sostengono la schiena del bambino, che lo tengono per mano, che gli intimano di fare attenzione, che sobbalzano ad ogni passo vacillante, che lo indirizzano verso una direzione, che intervengono per “salvarlo” da innumerevoli contesti. Questo comportamento genitoriale che appare a tutti doveroso e assolutamente spontaneo è in realtà frutto di due fattori esterni: quello ambientale e quello culturale.
E’ indubbio che gli ambienti in cui si muovono i bambini non sono adeguati ad accogliere il loro movimento esplorativo. Esistono innumerevoli superfici spigolose all’altezza di un bambino che muove i suoi primi passi, le prese elettriche sono irrimediabilmente attraenti per un bimbo che gattona, i soprammobili diventano visibili quando il piccolo comincia ad alzarsi in piedi, le tovaglie sembrano ottimi appigli se si perde l’equilibrio. Questi e molti altri impedimenti rendono poco sereni i genitori di un bimbo che cresce, che dunque tendono a seguire ogni suo spostamento ansiosamente presi dal proteggerlo. Questo comportamento, perfettamente comprensibile date le circostanze, produce effetti certamente non voluti sui bambini.
Muovendo i suoi primi passi, o alzandosi in piedi ed esplorando la sua postura eretta, il bambino sperimenta un grande senso di potenza. Si accorge di poter fare qualcosa di nuovo, molto eccitante, che offre innumerevoli possibilità e il suo senso di fiducia sarebbe enormemente incrementato se potesse cimentarsi con le sue nuove abilità senza l’ansioso sguardo o la barriera fisica costante posta dai genitori preoccupati. Invece non è libero di cadere a terra quando mette un piede in fallo perché si muove tra un tavolino basso di cristallo, un portagiornali spigoloso e il mobile per la tv. L’unica speranza del genitore sarebbe un deragliamento in direzione del divano, ma nessuno se la sente di rischiare, quindi si pensa di intervenire preventivamente tenendo il bambino per mano oppure usando le braccia come reti di salvataggio poste a pochi centimetri dal piccolo barcollante esploratore.
Quel che non si considera è la capacità del bambino di orientarsi, tenersi in equilibrio e cadere. Se è stato portato sul corpo della mamma, se è stato tenuto in braccio e ha imparato a muoversi nello spazio fin dalle prime settimane, il suo sistema vestibolare è già preparato a gestire i cambi di posizione, la deambulazione e la perdita dell’equilibrio, dunque fa parte delle sue abilità alzarsi, provare e cadere tutte le volte che è necessario per imparare e acquisire sicurezza. Sapere di avere questa libertà, e cogliere lo sguardo protettivo, discreto e partecipe, ma non invadente, limitante e ansioso del genitore, comunica al bambino un senso di fiducia nelle sue capacità e nell’ambiente che lo accoglie, facilitando un apprendimento spontaneo e fisiologico. E’ fondamentale fare esperienza di movimento libero nello spazio, imparare a cadere e rialzarsi, a chiedere sostegno ma anche a fare da soli. Per potergli concedere questa opportunità occorrerebbe uno spazio a misura di bambino e una pedagogia che ascolta e osserva piuttosto che intervenire. L’adulto che partecipa in maniera rispettosa ai progressi del bambino non gli evita le cadute, ma lo incoraggia a riprovare, lo soccorre se il bambino lo richiede e gli sorride condividendo la gioia della conquista. Oggi invece si ritiene doveroso tenere le manine dei bambini, a volte entrambe, impedendo loro di trovare un equilibrio e di gestire il proprio baricentro. Con le braccia sollevate, camminare è decisamente meno stabile, la caduta viene attutita dal gesto spontaneo del genitore che solleva il bambino, comunicandogli un errato concatenarsi di eventi secondo cui quando si perde l’equilibrio si vola. Questo annulla il verificarsi della caduta verso il basso e la conseguente esperienza del gestire la frustrazione della caduta per poi cercare la motivazione per rialzarsi. Tutto questo è culturalmente indotto, ogni genitore lo ha visto fare da altri genitori, lo ha ricevuto da bambino e non immagina le implicazioni che nasconde. Ambiente e cultura si compenetrano rendendo dunque le condotte genitoriali eccessivamente protettive, inconsapevolmente limitanti, e purtroppo anche scorrette per la fisiologia.

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