Quanto spesso abbiamo pensato che il figlio di qualcuno che conosciamo è un bravo bambino? Non lo vedi e non lo senti. Dove lo metti sta. Gli dorme tutta la notte.
Se ci fermiamo a riflettere su queste frasi fatte, socialmente condivise, certamente potremo rintracciare in esse una aspettativa sul comportamento infantile, quantomeno fuorviante. Sembra infatti che il bambino bravo, in fin dei conti, sia quello che non piange, non fa i capricci, non chiede attenzione, fa quello che gli si dice, mangia quello che ha nel piatto, non fa storie per dormire, condivide i suoi giochi, fa tutti i compiti senza essere pregato, sta seduto composto, sorride sempre. Sembra che il mondo adulto abbia un’immagine di bambino ideale del tutto costruita, che poggia le basi su decenni di spot pubblicitari piuttosto che sull’esperienza diretta della propria infanzia e sull’osservazione di come è davvero un bambino, di cosa sente e di cosa ha bisogno. Sembra che gli imperativi imposti da una società in cui ci sono orari stabiliti per svlogere attività, mestieri, e anche funzioni fisiologiche, abbia condizionato anche la natura spontanea delle persone inducendole ad aspettarsi che i bambini, fin da piccolissimi, si adeguino a ritmi e comportamenti del tutto estranei alla loro natura. Il fatto che siano impossibilitati a farlo come si desidera non viene interpretato dai più come una aspettativa irrealistica, ma come una necessità di trovare metodi idonei a far sì che accada. Ecco perché esistono manuali per qualsiasi necessità “educativa”. Ci si aspetta dunque che il genitore costruisca una immagine di sé che somiglia più ad un dispensatore di regole, ad un operatore di metodo, ad un coach, ad un artigiano ceramista in grado di plasmare il comportamento infantile fin quando la sua forma non sia conveniente e aderisca al modello precostituito. In questo modo però si trascura del tutto la natura emotiva spontanea e i bisogni fondamentali dei bambini, che non sono poi così dissimili da quelli degli adulti a guardarli da vicino. Esprimere sé stessi nel proprio singolarissimo modo, imparare a comprendere i propri stati d’animo che sono soltanto le espressioni emotive dei bisogni sottostanti, comunicare i sentimenti, imparare a relazionarsi rispettando la natura delle persone che ci circondano, comprendere le norme sociali e trovare il proprio modo di adattarsi senza forzare i tempi, sono tutte cose che il bambino può fare con naturalezza se viene accompagnato, guidato e rispettato da adulti che ascoltano le sue richieste, propongono alternative, non giudicano i suoi comportamenti, accolgono le emozioni di ogni segno e aiutano i piccoli a conoscerle e gestirle. Il bravo bambino a quel punto diventa un concetto di nessuna utilità. Vengono incoraggiati l’ascolto e l’osservazione, l’accoglienza e la ricerca di comportamenti adeguati al momento nel rispetto della fase evolutiva del bambino, delle sue emozioni e delle sue competenze. Si mette da parte il giudizio sulla qualità di una persona, e ci si concentra sulla costruzione del benessere di quella persona. Bambini e adulti in questo modo sentono sempre riconosciuti i loro bisogni, sono in grado di entrare in empatia gli uni con gli altri, riconoscono e gestiscono le proprie sensazioni e quindi possono mettere in atto comportamenti adattivi che rispettano la relazione e il momento. Tutto questo richiede una “fatica” non meno gravosa di quella che comporta il quotidiano imporre regole, proporre metodi, impartire disciplina, scegliere punizioni, consultare esperti. Si tratta di scegliere come impiegare le proprie energie.

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